Tu quoque Deron fili mi… ma quei maledetti 300 secondi…

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Vedere Deron “The Flying General” Washington scorazzare in lungo e in largo alla sua maniera, che noi populo baskettorum cremonensis conosciamo fin troppo bene, sul parquet del PalaRuffini, mi ha fatto sovvenire  il suo famoso “congnomonino” che, 241 anni fa scarsi, nella notte tra il 25 e 26 dicembre 1776, attraversò alle testa delle truppe ribelli americane il fiume Delaware, per poi comminare una pappina colossale agli inglesi e ai loro alleati, aprendo un'autostrada verso la vittoria finale nella rivoluzione americana.

E mi è sovvenuta pure la famosa frase che Giulio Cesare pronunciò riconoscendo il figliastro Bruto nel manipolo di scalmanati che nel frattempo gli facevano una decina di buchi supplementari, ma mi sono subito fermato lì perché Giulio Cesare è crepato, ma la Vanoli, che nel paragone dovrebbe rappresentarlo, non è per niente morta ma ha dimostrato urbi et orbi di essere più viva che mai.

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Celebrato quindi come si confà il “nostro” (perchè rimarrà sempre “nostro”) ”Generale Volante” che ha tenuto in piedi la baracca torinese nel secondo quarto con la Vanoli che pareva essere padrona del campo, il Ciranone vostro non può proprio esimersi dal rimarcare che quella che avrebbe dovuto recitare la parte del mansueto sparring partner, ha invece fatto sudare le proverbiali sette camicie ad una delle squadre più in forma di questo inizio di campionato, che annovera nella sue file giocatori come Vujiacic (la solita carognetta in campo ma si deve riconoscere che da del tu alla palla a spicchi) e Mbakwe (probabilmente il miglior centro del campionato, e ci ritorniamo più in là sulla faccenda del centro…), e che è sostenuta, se si eccettua i soliti tre/quattro deficienti, probabili procreatori di altri deficienti, che nei palazzi non mancano mai, da un pubblico caloroso, rumoroso e correttissimo.

Solamente quei maledetti 300 secondi di follia della seconda metà del terzo quarto (20 a 10 di parziale per Torino e chiusura del periodo con il massimo vantaggio in doppia cifra) che sono stati quelli decisivi per il risultato finale, hanno visto, anche se in modo meno, molto meno evidente, la Vanoli “canturina”, ma per tutti gli altri 35 minuti il campo è stato tenuto come e forse meglio dell’avversaria e con un’autorità sempre più consapevole.

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Certo, l’amaro in bocca c’è; questa partita la si poteva portare a casa e sarebbe stato un botto davvero clamoroso, ma la saggezza contadina di mia nonna le faceva dire: “apèna chi fa el disfa”, ovvero, per tradurre ai pochi non indigeni che leggono le lagne del Ciranone vostro, “solo chi fa sbaglia”. E la Vanoli ha fatto davvero parecchio e ha, ovviamente, pure sbagliato in misura proporzionale.

Teniamo anche conto di due non pervenuti e mezzo; iniziamo dal “mezzo”. Stasera DJO ha passato i primi tre quarti a metà tra la “camicia di forza” che gli ha cucito addosso Luca Banchi e la saggia decisione, visto l’andazzo, di mettersi al completo servizio della squadra con parecchi minuti di playmaking che, come ormai sanno anche i sassi, saranno sì efficaci ma limitano la sua debordante indole offensiva. Solamente nell’ultimo quarto, dove ne ha messi 17 sui suoi 19 personali e sui 24 di tutta la combriccola (gli altri 7 vengono da Kelvin Martin, 3, e Lindon Milbourne, 4) ha dato sfogo al suo debordante e atomico talento tagliando più volte a fettine la difesa torinese.

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Proseguiamo poi con Drake Diener; un solo tiro e due liberi, tutti ciccati, fanno una insolita “virgola” nel personale score del capitano; non ho statistiche per confutare l’ipotesi, ma credo che le volte che sia successo nella sua lunga carriera si contino sulle dita di una mano. Forse il recente infortunio lo sta ancora condizionando, forse. Ma il Ciranone vostro deve confessarvi che non è per niente preoccupato; per lui vale lo stesso discorso fatto per Travis Diener due settimane fa; il talento è come il lambrusco: se lo lasci tranquillo se ne sta li buono, ma se solo lo agiti un po’ si trasforma in qualcosa di simile ad una imponente eruzione vulcanica.

E finiamo col terzo non pervenuto, che non è la prima volta che “non perviene”. Mi riferisco ovviamente ad Henry Sims. Sembrava che con Pesaro e soprattutto con Sassari avesse imbroccato la strada giusta, invece stasera è ripiombato in quell’anonimato fatto di quegli approcci molli e inconsistenti che ne hanno caratterizzato le prime uscite.

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Il dato dei rimbalzi e devastante: 42 a 28 per Torino. D’accordo che non c’è solo lui che li deve tirare giù, ma è altrettanto vero che è stato pigliato per tirarli giù, e tirarne giù la miseria di 5 in 26 minuti significa molto semplicemente che non ha fatto, e per l’ennesima volta, quello per cui è stato pigliato. Inoltre quell’1 su 5 da due (e mi ricordo solo tiri aperti) dimostrano la svogliatezza con cui calca il parquet; una svogliatezza certamente involontaria ma pur sempre di svogliatezza si tratta. E qui, caro popolo vanoliano, l’affare si ingrossa mica da ridere; avere un centro che non tira giù rimbalzi come si deve, significa regalare troppi doppi possessi all’avversario (stasera al decimo mi sono stufato di contarli) se si ciccano rimbalzi difensivi, e la possibilità di imbastire fulminei contropiedi se si ciccano quelli offensivi. Non solo; si costringe i compagni che lavorano da quelle parti a fare gli straordinari (stasera uno strepitoso Kelvin Martin, MVP della faccenda con 24 di valutazione, ne ha tirati giù 9; Lindon Milbourne 4), e non in tutte le partite potrebbero essere in grado di farlo. In altre occasioni aveva sopperito pure il “Fight Club”, ovvero Giulio “Mio Ragazzone Bolognese“ Gazzotti e Giampaolo “Pippo” Ricci, ma non si può sempre pretendere che ci riescano. Insomma, da qualunque parte la si giri, Henry Sims sta diventando un problema che, se non vogliamo diventi irrisolvibile come la questione meridionale, sarebbe il caso di affrontare, e pure alla sveltina. Come? Mi ci gioco i gioielli di famiglia che la premiata ditta Andrea “Condor” Conti & Co Ltd ci stia già pensando, ammesso e non concesso che non l’abbia già fatto.

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Ma a parte ciò, rimane la soddisfazione di vedere la Vanoli dimostrarsi ancora una volta “squadra” nel senso più completo e totale del termine; e cioè riesce sempre in qualche modo a nascondere, all’interno del gruppo, le mancanze di questo o quel singolo restando comunque competitiva. Ci sono poche squadre in questo campionato che possono vantare questa prerogativa; una di queste è quella che abbiamo affrontato stasera che, per venire a capo del “problema” Vanoli, è stata costretta a ricorrere alla partita perfetta o quasi.

Teniamoci stretta questa “squadra” popolo vanoliano. La classifica di Lega stasera recita ancora ottavo posto per la Vanoli; nei primi cinque ci sono le squadra “marziane”, ma tra i primi delle restanti “normali” ci siamo noi. Teniamocela stretta e godiamocela perché il divertimento è appena iniziato.

Come sempre e più di sempre, ad maiora popolo vanoliano.