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Lazar Lugic, il caparbio viaggiatore che non si arrende mai

Basket

La verità è che ho sempre desiderato un fratellino più piccolo, non so perché ma mi sarebbe piaciuto; ovviamente mi è capitato un fratello più grande ma ricordiamo che è lui che mi ha fatto innamorare del basket e merita la mia riconoscenza a vita.
Però questo tarlo del fratello piccolo mi è sempre rimasto e la “scelta” è ricaduta proprio su Lazar; la scorsa stagione, mano a mano che il Pizzi si faceva strada prima in regular season e poi nella poule promozione abbiamo realizzato che in caso di Serie B lui non avrebbe potuto giocare in quanto non italiano né per nascita né per formazione. “Lazar ti adotto! Così finalmente avrò il mio fratellino piccolo” (ora, non stiamo a sottilizzare che il ‘piccolo’ è 207cm) e lui “wow fantastico, così divento ‘triple L’ Lazar Lugic Lodigiani”; detto fatto, l’adozione non si è formalizzata (però sono sicura che mia mamma gli cucinerebbe un sacco di cose buone) ma da quel momento lui è ‘fratellino’ e io ‘sorella’.
Ricordo ancora la prima volta in cui l’ho visto: stagione 2016/2017, Pizzighettone-Lumezzane.
Proprio quel giorno, Giancarlo Bissolotti, storico speaker del Pizzi aveva deciso che a fine partita io avrei dovuto fare le interviste video ai protagonisti quindi ci tenevo ad essere preparata per non fare figuracce; mi documento sugli avversari e leggo “Lazar Lugic, ala, 207cm, classe 1998”.
Cosa?? Quello non può essere del ’98! Mi dicono che è corretto ed un dirigente di Pizzi, seduto accanto a me, aggiunge sottovoce “e vedrai cosa fa con quella palla in mano”. Mi fido ma comunque ha 18 anni dai… deve avermi sentito perché alla fine è dominio totale, 21 punti e tripla decisiva che condanna il Pizzi alla sconfitta e me alla prima intervista video della mia vita in un clima di delusione totale. Grazie eh Laz.

Un momento della famosa Pizzi-Lume

Passano gli anni, arriva in maglia Pizzi e diventiamo amici, lui finge di essere offeso perché non lo intervisto mai, mentre io gli faccio notare che fa numeri pazzeschi con schiacciate e quant’altro sempre quando non ci sono io allora ecco la promessa “la prossima volta in cui sarai presente vedrai che giocherò bene, schiaccerò e tu mi intervisterai”.
Mai toccare un serbo sull’orgoglio no? Pizzighettone-Nerviano, stagione scorsa, poule promozione: partita strepitosa, 22 punti, 15 rimbalzi, 30 di valutazione e schiacciata mostruosa con dedica alla sottoscritta in tribuna. Un’emozione incredibile che porto nel cuore, più o meno come la sua quando finalmente l’ho intervistato perché quella volta sì, indiscutibilmente l’MVP era lui.

Un ricordo in campo insieme al fratello Nikola

Lazar nasce a Smederevska Palanka piccola città della Serbia ad un’ora di auto da Belgrado “da una famiglia di sportivi. Quando mio fratello ha iniziato a giocare a basket anche mio padre si è appassionato, ha iniziato a leggere, studiare, guardare video ed è diventato bravo anche lui; oggi posso tranquillamente dire che tutto quello che so fare con la palla è merito di mio papà. La prima volta che ho visto dal vivo il basket era una partita di mio fratello, io avevo sei anni e lui quattordici, mi misero in curva e anche se c’erano solo una cinquantina di persone il clima era quello tipico serbo; ricordo come se fosse ieri che mio fratello segnò una tripla e ci fu un boato, la curva era in visibilio, accesero anche i fumogeni e io pensai ‘ora esplode tutto’. Fu in quel momento che decisi, io volevo essere quello che dal campo faceva scatenare tutta quella baraonda”!
A sei anni dunque la folgorazione per il basket “appena ricominciata la scuola mi iscrissi a minibasket ma non c’erano abbastanza ragazzi della mia età quindi venni inserito con il gruppo dei 95/96. Il secondo anno invece riuscirono a mettere insieme un buon nucleo di coetanei, classe 97/98, eravamo un gruppo davvero molto forte, abbiamo giocato tornei in giro per tutta la Serbia vincendo tanto ma soprattutto abbiamo creato legami saldissimi; siamo stati insieme per cinque anni ed ancora oggi, nonostante quasi tutti abbiano smesso con il basket, ci sentiamo spesso. Eravamo davvero un gruppo speciale e quegli anni non li dimenticherò mai”.

Il gruppo del minibasket: Lazar è il quarto da destra in piedi

A dodici anni arriva la chiamata del Partizan per me ed il mio amico Nikola Riorovic, per un anno andiamo due volte alla settimana ad allenarci a Belgrado in una sorta di periodo di prova lungo; ci siamo legati tantissimo in quei mesi perché eravamo solo noi due, io avevo lui e lui aveva me, ed abbiamo condiviso un sogno. Alla fine della stagione la dirigenza conferma di averci scelto per la stagione successiva in cui ci saremmo trasferiti con un genitore in un appartamento messo a disposizione dalla società; ovviamente era una notizia sconvolgente, io poi da sempre sono tifosissimo del Partizan quindi già mi vedevo lì a vita ma poi arrivò la doccia fredda: l’allenatore si era trasferito all’estero e quello nuovo, senza nemmeno averci mai visto, disse che non ci voleva in squadra ed il progetto naufragò. Ci rimasi ovviamente male ma ero talmente piccolo che non me la presi più di tanto, oggettivamente non era colpa mia”.

La formazione del Partizan

Lazar ritorna nella sua città e prosegue gli allenamenti ed i campionati con la sua squadra ma si sa, chiusa la porta se ne apre un’altra no? Ecco dunque l’arrivo di una mail molto molto speciale per lui “era la convocazione per tre giorni di allenamenti con la nazionale. La nazionale serba, un sogno, qualcosa che faticavo persino a pronunciare: tra i migliori del 1998, insieme ai giocatori di Stella Rossa e Partizan c’ero io, incredibile. Ricordo ancora l’emozione del primo giorno alla consegna delle divise: quando ho aperto la felpa ed ho visto la bandiera cucita e la scritta SERBIA è stata un’emozione unica, ho sentito un’ondata di orgoglio, ero felice come un bambino. Credo di non essermi mai allenato tanto come in quei tre giorni, posso tranquillamente affermare di aver dato più del 100%, ho fatto di tutto per farmi notare, purtroppo però la convocazione per gli Europei non arrivò e ci rimasi malissimo, ero deluso ed arrabbiato allo stesso tempo; per fortuna i miei genitori riuscirono a calmarmi e mi dissero che se davvero ero stato bravo qualcuno mi avrebbe sicuramente notato. Avevano ragione”.

Uno dei tanti tornei vinti da bambino

Passata una settimana e smaltita la delusione, in piena estate suona il telefono di papà e dall’altro capo c’è nientemeno che un emissario della Stella Rossa che gli chiede di andare a sostenere un provino; “ovviamente non me lo faccio ripetere due volte, vado a fare l’allenamento di prova e dopo venti minuti la dirigenza conferma alla mia famiglia che dal 4 agosto mi vogliono lì. Detto fatto, il 4 agosto mi trasferisco in un altro sogno: il campus della Stella Rossa. Lì c’era tutto, la scuola, la palestra, il ristorante, curavano l’alimentazione, controllavano se mangiavi tutto, come tenevi la camera… dovevi essere un soldato ed io ero ben felice di esserlo. Ho fatto un mese a ritmi folli, mi allenavo come un mulo senza nemmeno sentire la fatica tanto era l’entusiasmo, con i ragazzi mi ero integrato perfettamente e non sentivo neanche la mancanza di casa”.
In sostanza Lazar stava vivendo una favola e purtroppo, come spesso succede nelle favole, arriva la strega cattiva o l’orco, scegliete voi “a cinque giorni dall’inizio della scuola mi chiama il coach a fine allenamento per fare due chiacchiere ed io pensavo volesse darmi qualche indicazione tecnica invece il tutto si risolve in quindici secondi: ‘Lazar grazie di tutto ma non ci servi più, fai le valigie e torna a casa’. Mi è crollato il mondo addosso, non sapevo cosa dire, non riuscivo a ragionare e mi è uscito solo un ‘va bene’. Come un automa sono tornato negli spogliatoi per dirlo ai compagni, nessuno ci credeva, erano tutti sotto shock; quando ho chiamato mio padre sono crollato, ho iniziato a piangere e non ho più smesso, non riuscivo nemmeno a dire parole sensate.
Un’ora dopo papà era a Belgrado, mi ha aiutato a radunare le mie cose e mi ha riportato a casa; in tutto ciò io non ho detto una parola, mia mamma mi racconta spesso che quando sono arrivato a casa ero terreo, non sembravo neanche vivo. Ho passato cinque giorni rintanato in camera senza parlare con nessuno, nemmeno con mio fratello che era all’estero e continuava a chiamarmi… mi ripetevo ‘se la squadra più forte della Serbia non mi vuole io dove credo di andare?’ Ho addirittura pensato di smettere, per fortuna i miei genitori mi hanno aiutato tantissimo, mi sono stati vicini e mi hanno fatto metabolizzare il tutto, è stato sicuramente il momento più importante della mia vita con loro”.

La famiglia Lugic: mamma Snezana, Lazar, Nikola e papà Goran

Una sberla in piena regola per un ragazzo di sedici anni, è difficile anche solo pensare di sentirsi dire una cosa del genere… Lazar sorride sempre, è nel suo carattere sdrammatizzare, ma in questo momento lo sguardo vaga lontano, i ricordi riaffiorano e fanno ancora un po’ male; l’occasione di voltare pagina gli arriva poco dopo l’inizio della scuola ed a chiamarlo è lo Sloga Kraljevo, per intenderci la squadra che ha lanciato Vlade Divac, “ho detto subito sì senza nemmeno stare a guardare dove sarei andato. Nel giro di due giorni mi sono trasferito ed è stato l’ennesimo cambiamento epocale: eravamo in tre ragazzi in appartamento ma non c’erano certo i comfort del campus, dovevamo arrangiarci da soli in tutto e per tutto. All’inizio è stato destabilizzante poi ho iniziato ad apprezzare la libertà di non dover rendere conto a nessuno, facevo quello che volevo ed ovviamente sono andato malissimo con la scuola, ho detto anche qualche bugia di troppo e quando i miei mi hanno scoperto è crollato il mio castello di carte: non mi hanno sgridato, non hanno urlato, ma ho visto la delusione sui loro volti perché se c’è una cosa che mi hanno sempre dato nella vita è la fiducia ed io l’avevo tradita. Mi sono sentito malissimo, è stata davvero una brutta sensazione, una lezione che però mi è servita per il futuro. In campo invece andavo bene, le vittorie arrivavano nonostante mi facessero giocare da centro; io sono sempre stato un playmaker poi ho iniziato a crescere fino ad arrivare a due metri a sedici anni e quindi mi hanno spostato sotto canestro ma non è il mio ruolo, non ho i movimenti né le letture. Ho tenuto duro tutto l’anno ma sapevo già che non avrei fatto un’altra stagione così”.

Lazar in maglia Sloga Kraljevo

A gennaio di quell’anno Lazar decide di fare un altro passo importante, ovvero diventare professionista, quindi prende il procuratore e subito gli viene offerta l’opportunità dell’Italia “a febbraio sono andato a fare il provino ma il procuratore non mi ha detto esattamente dove, sui biglietti aerei c’era scritto ‘Milano Malpensa’ quindi io mi esalto immediatamente convinto di andare all’Olimpia Milano, caspita che occasione! Parto con mio fratello al seguito, lui parlava inglese ed avrebbe potuto aiutarmi un po’ in quei pochi giorni; arriviamo ed una volta saliti in macchina noto che il navigatore recita ‘270km alla destinazione’… allora comincio a realizzare che probabilmente la squadra che mi voleva non era l’Olimpia”!

Come ben sappiamo la destinazione finale era Costa Volpino, l’inizio della sua avventura tricolore “subito il primo giorno sono rimasto colpito, tutti i ragazzi avevano maglia, pantaloncini, calze e borse uguali, ero affascinato, in Serbia non era così. Al primo allenamento sul parquet c’era anche Giube che ha fatto tutta la seduta con i ragazzi della serie B, io ero convinto che fosse un giocatore perché teneva benissimo il campo, invece i dirigenti a fine allenamento me lo hanno presentato come il coach delle giovanili! Lui e Crotti hanno salvato la mia carriera perché finalmente mi hanno riportato nel mio ruolo naturale di esterno; questo mi ha spinto a firmare per Costa Volpino considerando anche che dell’Italia mi era piaciuto tutto, la cucina, la lingua, il modo di vivere, l’ambiente, senza contare che è comunque vicina alla Serbia”.

Con il gruppo di Alto Sebino alle finali nazionali

Lazar è incredibile, racconta tutto con il suo immancabile sorriso, per avere solo ventidue anni ha già vissuto tantissime esperienze accompagnate anche da cocenti delusioni eppure mantiene la sua innata capacità di vedere sempre il lato positivo delle cose unita alla più bella caparbietà che ci possa essere: quella di continuare a credere nei propri sogni.

L’anno in Italia è cominciato bene, mi sono ambientato subito sia a scuola sia con i compagni in palestra, la parte difficile era la lingua, ovunque andavo non capivo niente di niente, per fortuna vivevo con Bojan Mitrovic, siamo diventati molto amici e ci siamo fatti forza a vicenda. I problemi sono iniziati qualche mese dopo, il visto non arrivava e quindi ci siamo ritrovati a fare tre allenamenti al giorno, Under18, Under20 e Serie B, per poi non giocare la domenica; è stata dura ma ero giovane ed inesperto e tutto quello che potevo fare era lavorare, ascoltare ed imparare. A Febbraio finalmente possiamo ricominciare a giocare, il campionato giovanile sta andando benissimo e riusciamo a raggiungere le finali nazionali insieme a squadroni del calibro di Olimpia Milano, Stella Azzurra Roma, Reyer Venezia… purtroppo però avevo giocato solo nove partite mentre il limite minimo per poter partecipare alle finali era di dieci, quindi io e Mitrovic ci siamo dovuti accomodare in tribuna; abbiamo masticato amaro ovviamente però è innegabile che poter vivere il clima di quei giorni sia stata un’esperienza davvero bella”.

In campo con Alto Sebino contro la Reyer Venezia

Come già successo con la delusione della mancata convocazione in nazionale, anche in questo caso Lazar viene notato da degli osservatori ed arriva l’occasione per spiccare il grande salto “approdo a Lumezzane, sponda Virtus, dove è iniziata la mia prima vera avventura in un campionato senior. È stato un anno praticamente perfetto, non c’era nulla che non andasse; io e Mitrovic, sempre inseparabili, abbiamo trovato dei compagni veramente super sia dentro che fuori dal campo, non siamo mai stati considerati come dei ragazzini ma ci siamo sempre sentiti davvero parte della squadra, sullo stesso piano degli altri. Io ho avuto fortuna nella sfortuna, il grave infortunio che ha costretto Caramatti a saltare praticamente tutta la stagione mi ha spalancato le porte del campo ed ho potuto giocare sempre a mente libera perchè i miei compagni mi hanno tolto ogni pressione, mi hanno lasciato libero di poter sbagliare sapendo che loro erano lì per aiutarmi: è una sensazione impagabile. Giocavo con persone come Marelli, Olivieri e soprattutto Caramatti, un super bomber, top player per la categoria; per me loro erano dei modelli da seguire e grazie a loro sono cresciuto tantissimo come persona”.

Una fase di gioco con la canotta di Lumezzane

Vi ricordate l’inizio di questo pezzo? La famosa Pizzi-Lumezzane? Ecco, era un esempio del suo ‘giocare a mente libera’. La storia recente poi lo porta in territorio cremonese in quella Piadena “costruita per stare al vertice. C’erano nomi di altissimo livello, era la prima volta in cui mi trovavo ad affrontare pressioni di questo tipo ma ero ben felice di averle, ero concentrato e volevo sfruttare bene questa possibilità. L’anno purtroppo iniziò male a causa dell’infortunio alla caviglia che mi costrinse a saltare sei partite e chiaramente quando sono rientrato, oltre a portare con me un po’ di paura, mi sono accorto che avevo perso il mio ruolo da realizzatore. Onestamente a livello mentale non ero io, non sono mai riuscito a giocare come avrei voluto ed è il mio rammarico più grande: da quella stagione mi aspettavo molto di più e so che avrei potuto dare molto di più, mi dispiace infinitamente per come è andata a finire”.

Differenze di vedute con l'arbitro nella stagione a Piadena

Già, come è finita lo sappiamo tutti, quella terribile sconfitta casalinga per mano di Iseo “la prima sconfitta pesantissima di tutta la mia vita. Una delusione tremenda per noi, società, tifosi, città, sono riuscito a riguardare la partita solo in piena estate e quel senso di amarezza l’ho portato con me fino all’inizio della nuova stagione; è stata una lezione durissima, ho imparato come si giocano i playoff, sicuramente è un’esperienza che insegna, ma sul momento è stato un colpo difficile da metabolizzare”.

Sempre quel sorriso, quello che usa per mascherare l’amaro che riaffiora; un momento di silenzio, lasciamo sedimentare quel ricordo e ripartiamo, aprendo l’ultimo capitolo della sua carriera, quello che da due anni è il suo presente e, speriamo, il suo futuro: Pizzighettone.

Il giorno della presentazione a Pizzighettone

Un posto speciale, un paese fatto da persone straordinarie ed una società composta da gente che definire fantastica è poco; non so se riesco davvero a spiegare la gratitudine che provo io, giovane straniero arrivato qui dopo aver girato in lungo e in largo, accolto a braccia aperte da chiunque. Le persone qui mi hanno sempre fatto sentire come uno di loro, come ti tratta questa gente è una cosa mai vista, a volte mi chiedo se è reale, se non sto vivendo in un sogno”.
C’è tutta la dolcezza di Lazar in queste parole piene di emozione, in quel sorriso sincero che gli si apre sul volto e quegli occhioni spalancati dall’entusiasmo mentre parla della “sua” Pizzi; d’altronde capite che è difficile, se non impossibile, non voler bene a questo gigante buono, che sa far breccia con la stessa facilità nei cuori degli adulti, che fanno a gara a coccolarlo, ed in quelli dei bambini, che letteralmente lo adorano.

Lazar con il gruppo degli Esordienti 2019/2020

A Pizzighettone poi c’è Giube, all’anagrafe Massimo Giubertoni, il suo coach “una figura fondamentale per me, una persona speciale. Lui mi ha ridato fiducia a Costa Volpino ed in questi due anni a Pizzi, mi ha insegnato tantissimo e so di avere ancora molto da imparare; è stato un giocatore davvero forte e come coach mi ricorda molto gli allenatori serbi, per la mentalità che ha e la voglia di vincere. A volte urla ma lo fa per spronarmi e fa bene, ho un rispetto infinito per lui e spero di lavorare insieme ancora per molto tempo”.

Lazar insieme a Bojan Mitrovic ai tempi di Lumezzane

Lontano da casa e lontano dagli affetti Lazar si è costruito la sua “famiglia”, ovvero una cerchia di amici stretti e di compagni che sono stati importanti per lui “ovviamente il primo è stato Nikola Riorovic con cui ho condiviso l’avventura al Partizan, poi Mitrovic che ha vissuto con me tutto il passaggio in Italia, Pilotti a Costa Volpino, Marelli, Caramatti, Olivieri e Bona per l’anno di Lumezzane, Bimbo Lorenzetti, Tinto e Mascadri, fondamentali nella travagliata stagione a Piadena. A Pizzi dovrei nominare tutta la squadra, Pedrini, Casali, Severgnini, Baldrighi... se devo scegliere direi che i più importanti sono Gerli e Foti: anche se ho dieci anni in meno di loro mi hanno accettato subito per come sono, per qualche mese abbiamo anche vissuto insieme, li considero non solo amici ma anche giocatori da prendere come esempio, tengo molto alla loro opinione ed ascolto tutti i loro consigli”.

Il giorno del raduno 2019/2020

Sul futuro però non ha ancora le idee chiare “voglio fare la mia carriera in Italia, da grande non so cosa farò anche se probabilmente tornerò in Serbia. Ora la mia vita è qui, a Pizzighettone ho trovato una cosa preziosissima che è la tranquillità: quando vai via di casa, soprattutto così giovane, l’unica cosa che continui a cercare è casa: ebbene io l’ho trovata qui, Pizzighettone è la mia seconda casa, lo è oggi e lo sarà per sempre”.

Ci lasciamo così, con la sua autentica emozione; se dovessi descriverlo con poche parole userei sicuramente una frase di un dirigente di Pizzighettone: “è un ragazzo d’oro, si merita tutto il bene che gli vogliamo”.
Io ci riprovo.
Mamma, papà, possiamo adottarlo?

 
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