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Alessandro Corno, il resiliente fiore con la forza di un uragano

Basket

Biondo scuro o castano chiaro, fate voi, occhi azzurri, sorriso smagliante: Alessandro Corno indubbiamente è bello.
Ironico ed autoironico, disponibile con tutti, sempre pronto a scambiare due chiacchiere, nessuno ne parla male: detto così è chiaro che Alessandro Corno sembra il ritratto della perfezione.
Viviamo in un’epoca di tronisti, in cui ha ragione chi urla di più, in cui tutti si sentono in dovere di mostrarsi come supereroi infallibili, in cui l’importante è apparire; ebbene in questo mondo che sembra andare al contrario Alessandro Corno ha scelto semplicemente di essere.

C’è qualcosa di disarmante nella tranquillità con cui racconta la sua carriera, le sue cadute e le rinascite, le insicurezze e le vittorie, qualcosa di encomiabile nel modo in cui analizza se stesso ammettendo i propri errori e le proprie mancanze; mentre le persone fanno a gara per scaricare responsabilità ed avere l’ultima parola, lui usa serenamente termini come “scusa”, “grazie”, “è colpa mia”.

Un'immagine di famiglia con papà Aldo, mamma Antonella e le sorelle Claudia e Valentina

Figlio di Aldo, ex giocatore tra serie A e serie B dove è stato anche capocannoniere, poi coach pluridecorato a livello di club (ha vinto tutto con Vicenza e con la leggendaria Pool Comense) nonché allenatore della nazionale femminile in tre periodi diversi (ha vinto talmente tanto che, come riporta Superbasket, “un solo allenatore può superare i suoi record e quello è Aldo Corno stesso”) e Antonella Ferrante, anch’ella ex giocatrice “era ovvio che la passione per il basket si sarebbe trasmessa ai figli, infatti sia io che le mie sorelle Claudia e Valentina abbiamo giocato. La nomea di essere ‘il figlio di’ era una cosa che si diceva all’esterno, io non ho mai sentito alcuna pressione; lui non mi ha mai allenato e non è mai stato invadente, ovvio, se gli chiedo qualche consiglio è ben lieto di darmene ma non ha mai interferito con la mia vita, ha sempre e solo fatto il papà ed anche se non glielo dico spesso, gli voglio un bene dell’anima”.

I primi passi sul parquet del Palasampietro, al termine di una partita di papà

Come è ovvio e naturale, seguendo le partite di papà ecco che Ale inizia a famigliarizzare con quella palla a spicchi che ora è diventata la sua compagna di vita “i primi passi li ho mossi a Casnate, il mio paesino, dai sei agli otto anni, poi in seguito ad un’amichevole disputata contro Cantù sono stato chiamato proprio dalla squadra brianzola”.

Un colpo di fulmine che ha dato il via ad un grande amore perché in quel di Cantù Alessandro è arrivato da bimbo di otto anni e se n’è andato da uomo di quasi venti “ho fatto lì tutta la trafila delle giovanili raggiungendo anche le finali nazionali. Devo molto al mio primo coach, Antonio Tieghi che mi ha dato le basi della pallacanestro, è una persona importante a cui sono molto affezionato; il percorso più lungo l’ho fatto invece sotto la guida di Nicola Brienza, attuale coach di Trento, che mi ha fatto crescere tantissimo. Un altro allenatore importante per la mia formazione è stato Gianni Lambruschi che senza tanti giri di parole mi ha fatto capire cosa dovevo fare per essere davvero un giocatore di pallacanestro: io arrivavo da tanti anni nelle giovanili sempre giocati da titolare, trenta minuti di media, realizzatore puro e lui nell’under19 non mi faceva mai giocare, ma zero proprio! Un giorno, stanco e frustrato per la situazione decido di andare a parlare con lui che per tutta risposta mi dice ‘Ale tu non sai difendere, quindi non giochi’. Da lì ho svoltato, mi sono deciso ad allenarmi seriamente sui fondamentali della difesa ed ho riconquistato i miei spazi: a fine anno non mi toglieva dal campo neanche se avevo la lingua fuori”!
Giusto per non dimenticare che ogni vero atleta che si rispetti per forza di cose è anche una discreta testa dura!

Foto di squadra con la NCC Cantù

Cantù però significa anche serie A ed in quegli anni in Brianza di talento ne girava in abbondanza “ho avuto la fortuna di vivere gli allenamenti accanto a gente come Micov, Leunen e soprattutto Mazzarino, un vero e proprio modello da seguire. Era uno stakanovista, dava il buon esempio proprio per il modo in cui si allenava, dimostrando giorno dopo giorno che con il lavoro duro si poteva andare lontano; lui spronava tutti, era sempre gentile con noi giovani ed anche quando magari ci dava qualche sonora strigliata noi capivamo che lo faceva esclusivamente per il nostro bene, per prepararci a ciò che ci aspettava nel mondo del professionismo. Uno dei ricordi più belli che porto nel cuore è legato a Manuchar Markoishvili, talento puro e persona che più squisita non si può: un giorno stavo passeggiando a Cantù, ci tornavo spesso anche se non giocavo più lì, lui è passato in macchina e quando mi ha visto si è fermato ed è corso ad abbracciarmi come se fossi il suo migliore amico. Questo dà l’idea di quale fosse lo spessore della persona”.

In azione con la maglia di Legnano

Terminata l’esperienza canturina per Ale è ora di spiccare il volo nel mondo dei grandi ed arriva la firma con Legnano “la mia prima esperienza in un campionato senior, io ero ovviamente under ed il primo anno mi sono trovato in uno squadrone, nettamente il più forte del campionato; all’inizio ho giocato tanto poi pian piano il mio minutaggio è calato e le rotazioni si sono ridotte, anche per questo siamo arrivati ai playoff scoppiati e siamo usciti in semifinale. Il secondo anno sono partito come primo cambio della guardia e il nuovo allenatore, Crotti, mi ha fatto giocare tanto dandomi fiducia; in un momento in cui ero un po’ in down perché quella benedetta palla non entrava lui è stato importante, abbiamo parlato molto ed ha saputo darmi i consigli giusti per rimettermi in carreggiata”.

Due anni buoni quelli a Legnano, in cui Ale riesce a ritagliarsi il suo spazio in serie B mettendo in mostra le sue doti e risultando uno dei migliori prospetti sul mercato; peccato però che sul mercato ci resta tanto, troppo “ho avuto problemi con il procuratore, le offerte che mi erano arrivate non erano state vagliate ed io mi sono trovato a fine estate senza squadra e per non restare fermo sono finito a giocare gratis in serie C Silver a Rovello Porro, praticamente dietro a casa”.

Una fase di gioco in quel di Desio

Lo dice sorridendo, si parla di un po’ di anni fa ma di certo non deve essere stato facile passare dalla possibilità di restare in B con buoni minutaggi a finire in C Silver; il riscatto arriva la stagione successiva “vado a Bernareggio in C Gold, per la prima volta uscivo di casa per vivere da solo anche se la distanza dal mio paese non era tantissima; a metà stagione però la squadra non girava, non eravamo in linea con gli obiettivi e la società ci disse chiaramente che potevamo guardarci attorno. Scelsi di accasarmi a Saronno, ero sempre vicino a casa e la squadra era prima in classifica; arrivammo fino alla finale playoff contro Trecate, si giocava in campo neutro a San Vincenzo in Toscana, cinque ore di viaggio ed un caldo infernale. Le condizioni ambientali quindi non erano il massimo, se aggiungiamo che i nostri top player erano tutti intorno ai quarant’anni si capisce che facevano veramente fatica a reggere quelle temperature, noi più giovani non rendemmo come avremmo dovuto e gettammo letteralmente alle ortiche una promozione ampiamente alla nostra portata”.

In azione a Bernareggio, confrontato con papà Aldo

Quell’annata gli permette di farsi notare da Desio che lo chiama in serie B ma al termine della stagione nessuna squadra sembra intenzionata a puntare su di lui quindi ecco la nuova discesa in C Gold, a Nerviano, dove rimane per due anni prima della firma con Piadena; viste le prestazioni di questi due anni alla corte del presidente Piazza, la domanda mi sorge spontanea: uno come te non è un po’ sprecato in serie C?

Di nuovo risponde con la sua calma olimpica e la sua disarmante lucidità “è una cosa che mio padre mi ha detto spesso, è sempre stato convinto che il campionato più adatto a me fosse la serie B; l’ho fatta sia a Legnano che a Desio e non mi posso lamentare di come sono andate quelle stagioni però non ero un giocatore cardine, ero una riserva e se nessuno poi mi ha chiamato per offrirmi un ruolo più importante è perché evidentemente non lo meritavo, mi mancava qualcosa”.
Sarebbe stato più facile appellarsi al ‘non hanno creduto in me’ o spostare le responsabilità su coach o dirigenti invece lui parte prima di tutto da se stesso, dalle sue mancanze: nascondersi non fa parte del suo carattere.

Una premiazione in maglia Nerviano

Raggiunta la piena maturità da atleta Alessandro ha un pensiero fisso: “volevo vincere un campionato e lo volevo da protagonista. Dopo Nerviano non nego che ero molto vicino a firmare con Saronno poi si è inserita Piadena: era una squadra costruita con un unico obiettivo, c’erano già nomi importanti, l’offerta era ottima quindi ho detto di sì; coach Tritto mi ha fortemente voluto e con lui mi sono trovato molto bene, a livello di carica motivazionale è impareggiabile, sa trovare la chiave per entrare in ogni giocatore toccando le corde giuste per farlo rendere al meglio. Abbiamo avuto qualche conflitto ma anche quando non ce le siamo mandate a dire poi abbiamo sempre chiarito faccia a faccia, senza beghe con i dirigenti ma da persone serie; saper chiedere scusa è una cosa che apprezzo e lui lo sa fare.”

Il primo giorno in maglia Piadena

I due anni qui a Piadena mi hanno permesso di crescere moltissimo come giocatore, ho capito che dovevo lavorare di più in allenamento, da giovane forse mi sono accontentato un po’, sono stato un po’ pigro, mentre la scorsa stagione ho proprio cambiato mentalità; per fare il salto di qualità ti devi impegnare su entrambi i lati del campo e l’ho fatto. Arrivato come realizzatore, ho lavorato tanto anche sulla fase difensiva, alla fine la difesa è pura voglia, è metterti giù sulle gambe e lavorare; questo ha dato i suoi frutti perché quest’anno sono finito spesso in marcatura sul migliore degli avversari riuscendo a limitarlo”.

Una costante: l'esultanza che carica il pubblico

Già, a Piadena era arrivato con l’etichetta di tiratore, l’uomo dei palloni pesanti, il go to guy “il ruolo di specialista non mi ha mai fatto paura, quando la palla scotta e devo prendermi più responsabilità paradossalmente sento meno pressione anzi, mi capita di entrare in striscia, fare tre/quattro canestri di fila, mi carico di adrenalina e magari comincio anche a tirare da otto metri! E’ tutta una questione di consapevolezza, prima di venire qui ero più insicuro, mi sottovalutavo molto e stavo lì a rimuginare sugli errori, ora invece sono più sicuro di me, se sbaglio resetto subito e penso all’azione successiva; se devo tirare non ho paura, so che lo so fare, poi oggettivamente l’anno scorso avere come compagni Leone e Mascadri che ti mettono in ritmo ha reso tutto più facile, se ho avuto quelle cifre è molto merito della squadra, eravamo otto giocatori di alto livello, perfettamente intercambiabili e per questo potevamo punire ogni scelta delle difese avversarie”.

Sorride Ale e sorrido anch’io, che di suoi momenti di trance agonistica ne ho visti parecchi, con tiri in stile Basile in quella leggendaria semifinale olimpica contro la Lituania; per questo l’anno scorso l’ironia nei suoi confronti si sprecava “Corno sa che esiste il tiro da due?”, “Corno ha mai visto com’è fatta l’area?” e via così, con lui che stava volentieri allo scherzo forte della sua innata autoironia.

Un momento della scorsa stagione

Può sembrare la classica favola in cui tutto fila per il verso giusto, con il principe bello, bravo e simpatico, il cielo azzurro senza nuvole e vissero tutti felici e contenti; la vita spesso ci insegna che non è così ed anche quando tutto sembra perfettamente predisposto ecco spuntare un ostacolo che stravolge tutto.

L’anno scorso ho vissuto un periodo difficile a livello personale extra basket e questo ha influito anche sul mio rendimento in campo, non ero più io, ho sofferto molto ed i primi momenti mi sono tenuto tutto dentro, chiaramente peggiorando le cose; poi finalmente ne ho parlato con i dirigenti, ho realizzato tutto quello che mi stava succedendo ed ho iniziato la mia lenta risalita. Non è stato facile, sono caduto e mi sono rialzato tante volte ma non rinnego quel periodo, è stato un percorso che mi ha migliorato e da cui sono uscito più forte; in più mi ha mostrato veramente su quante persone posso contare, ho ricevuto molto affetto e creato legami saldissimi”.

Di nuovo quella calma, quel sorriso leggero che è un mix di forza e serenità, una sensazione impagabile che tutti dovremmo provare almeno una volta nella vita; Ale ha bevuto il suo calice amaro ma è tornato a guardarsi allo specchio con orgoglio, perché non tutte le tempeste arrivano per distruggerti la vita, alcune arrivano per pulire il tuo cammino.
La risalita è stata lenta ma proprio per questo assaporata goccia a goccia e tutto è culminato nella partita a Lumezzane in cui finalmente mi sono sentito bene come non mai. Ho chiuso un doppio cerchio, quello personale e quello cestistico, vincendo un campionato che abbiamo meritato fin dalla prima partita”. D’altronde si sa, più dolorosa è la caduta più è trionfale la risalita; ne esiste forse una più trionfale di questa?

La festa promozione sul parquet di Lumezzane

Quest’anno quindi torna in serie B da titolare e, come tutti i giocatori di Piadena, anche lui cambia modo di giocare “avevo l’opportunità di giocare la B finalmente da protagonista e ci tenevo a dimostrare il mio valore, per questo ho modificato il mio stile di gioco, continuo a tirare da fuori ma penetro anche molto di più; questo è dovuto principalmente a due fattori, il primo si chiama Matteo Trovati, il nostro preparatore atletico che è davvero super, mi ha fatto arrivare all’inizio del campionato in una condizione fisica che non ho mai avuto in vita, addirittura in allenamento schiaccio! Il secondo motivo è da ricercare nella lunga estate di tornei 3vs3: lì si lavora molto sul ball handling e sull’uno contro uno e questo è stato importantissimo, mi ha portato ad avere proprio un altro ritmo quando sono sul parquet”.

In questa stagione, in penetrazione contro Lecco

Già, un’estate che lo ha visto girare in lungo e in largo l’Italia fino alle finali nazionali in cui si è scontrato con il suo inseparabile amico Antonio Lorenzetti (chi non ricorda la famosa gara del tiro da tre vinta a sorpresa proprio da Bimbo?!) e che gli ha regalato un sogno: la maglia azzurra alle qualificazioni per il mondiale di 3vs3.

Onestamente non me lo aspettavo, mi ha chiamato un mio amico dicendomi che coach Capobianco stava formando la squadra ed aveva preso informazioni su di me ma siccome era il 1 aprile non solo non ci ho creduto ma l’ho anche mandato a quel paese! Invece la telefonata del coach è arrivata davvero e devo ringraziare i dirigenti di Piadena perché sono stati encomiabili: eravamo nel bel mezzo dei playoff e loro mi hanno dato il permesso di partire con la nazionale regalandomi un’opportunità più unica che rara. L’avventura è andata bene a livello personale, ho ricevuto molti complimenti sia dallo staff dirigenziale che da coach Capobianco che mi ha poi tenuto in considerazione anche per gli eventi successivi”.

Con la maglia azzurra

Mi raccomando però, niente voli pindarici eh, stiamo pur sempre parlando con Ale Corno, l’uomo con i piedi ben saldi a terra: “la carriera da professionista nel basket è molto rischiosa, i guadagni non sono chissà che e soprattutto tutto può finire dall’oggi al domani; per questo ho sempre studiato, ho lavorato nelle scuole, ho fatto tante cose anche se ovviamente il basket è la mia passione ed oltre a giocare mi sto mettendo in gioco anche come coach, a Piadena ho allenato l’Under15 come assistente di Marco Bonetti con cui mi sono trovato benissimo, mi ha dato tanta fiducia e tanto spazio sia in allenamento che in partita”. Chissà che il buon sangue di papà non si mostri anche in questo ambito…
Per adesso sono un giocatore ed ho tanti interessi, sono laureato in scienze motorie ed ora sto facendo la laurea magistrale in sport management, un giorno non mi dispiacerebbe entrare come dirigente in qualche società sportiva, sono molto appassionato di sport e ne seguo tantissimi”; non male eh questo giocatore, anche un po’ allenatore che sogna anche un po’ da dirigente!

Come ogni fiore che si rispetti, Ale ha resistito, si è nutrito, ha ritrovato il sole ed è rifiorito, assaporando la primavera dopo l’inverno perché “nella caduta ci sono già i germogli della risalita, fragili ma verdi; vanno coltivati con premura”.

 
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